La tv vista da dentro… vi racconto la mia passione!

Scritto il 28.12.2013

Chissà, forse si nasce giornalisti televisivi. È una scelta difficile, strana controcorrente, soprattutto in una realtà provinciale come la nostra. Così, mentre in tanti ambiscono alla gloria di poter leggere il proprio nome impresso sulla carta a imperitura memoria, c’è chi invece come me ha preferito mettere il proprio viso al posto della firma, con la sottile differenza, che trascorso il tempo, un minuto o un’ora, nelle mani del telespettatore non rimane nulla. E soprattutto, diciamocela tutta, non rimane impresso e sempre leggibile il nome del giornalista. Devi fare molta gavetta per far sì che quel nome resti nella memoria della gente, devi far sì che a quel viso si associ un nome, ma questo lo si ottiene solo dopo molti passaggi televisivi, dopo che il pubblico ha imparato “ad accettarti in casa” se non addirittura ad amarti. Quando Carlo Raucci mi ha chiesto di scrivere di televisione, della mia grande passione, ne sono stata entusiasta. “E’ per me un’occasione”, mi sono detta. Per una volta avrei, infatti, avuto l’opportunità di raccontare da dietro le quinte come nasce un telegiornale, le corse contro il tempo per il montaggio dei servizi o delle interviste. Avrei potuto raccontare di questo mio grande amore (professionale, si intende) nato quasi per caso, un amore che dura ormai da quasi vent’anni (ahimè come passa il tempo) e che ogni giorno mi conquista perché sempre diverso, imprevedibile e mai noioso.  A parole sembra facile parlare di giornalismo televisivo, ma non lo è. Significa trasformare gli avvenimenti in immagini in movimento. Anche l’evento più statico deve trovare una sua dinamica. La logica televisiva è questa. E la logica è ancora più spietata, al punto che ciò che non passa per la tv non esiste, è come se non fosse mai avvenuto. Il mezzo televisivo ha un potere enorme, quello di scrivere la storia in diretta, giorno dopo giorno. Lo sanno bene le agenzie di promozione e quanti sulla televisione ci investono.  La tv vista da dentro è simile ad una qualunque redazione giornalistica. Computer sempre accesi, le agenzie che sfornano di tutto, visitatori che sbirciano incuriositi e i testi aperti suoi monitor. La differenza è che tutta questa “cucina” alla fine deve entrare in uno schermo, si deve trasformare in azione, in filmato, in un racconto che è sequenza di immagini, con i tempi strettissimi che la tv impone. Le parole devono essere poche, dirette, misurate, chiarissime, facili da leggere e da interpretare. Insomma, il linguaggio da telegiornale in un tempo contenuto deve raccontare e coinvolgere, far comprendere e memorizzare, servendosi di tutti gli strumenti a disposizione di un giornalismo corretto ed efficace. E con il racconto visivo deve viaggiare anche il racconto del giornalista. Bisogna metterci il viso e il cuore in ogni intervista, in ogni servizio così come in ogni lettura di telegiornale, altrimenti c’è poco da fare: si vede! Non c’è la possibilità di nascondersi dietro una colonna di piombo. L’ho raccontato tante volte ai ragazzi che spesso visitano la mia emittente o a quegli studenti che ho avuto la fortuna di seguire per qualche corso di giornalismo. Tutti presi da questa professione che tanto fascino suscita nell’immaginario collettivo e che per noi donne è ancora più difficile. A parte gli impegni familiari, infatti, dobbiamo avere sempre una particolare cura nel presentarci “in onda” perché sappiamo bene quanto conti l’immagine, dall’abito al trucco, nulla va tralasciato al caso. E’ inevitabile essere osservate e giudicate! Ehi, ma che succede! Si è già accesa la spia rossa. Tra cinque minuti dovrò essere in studio per la diretta del tg. Scusatemi, devo andare, alla prossima!

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